Ci sono riconoscimenti che arrivano alla fine di un percorso, a volte all’improvviso, e sembrano quasi naturalmente tirare le fila di una storia. Per Giorgio Longo, presidente del Dopolavoro Ferroviario di Genova, la nomina a Maestro del Lavoro è stata proprio questo: una sorpresa, prima ancora che un motivo di orgoglio. La notizia gli è arrivata quando meno se l’aspettava: a comunicargliela è stato il console dell’associazione dei Maestri del Lavoro, dopo la firma del decreto da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
“Nei primi minuti ero davvero incredulo” racconta Longo. Poi, una volta realizzato che quel riconoscimento era davvero per lui, è arrivata l’emozione. E con essa la consapevolezza che, dietro quel titolo, c’è una lunga storia professionale e umana.

La sua storia ferroviaria comincia alla fine degli anni ‘70, una carriera conclusa il 30 settembre 2021, dopo oltre quarant’anni. Anni durante i quali il presidente del DLF ha vissuto la ferrovia non semplicemente come un luogo di lavoro, ma come un servizio alla collettività. “Non è un impiego qualsiasi – spiega – vai a lavorare al servizio della comunità”. Questo, per lui, è il primo insegnamento che vorrebbe trasmettere ai giovani ferrovieri: il senso di appartenenza. Un’appartenenza che si traduce anche nel senso di responsabilità. Nei primi anni, racconta, durante i turni di reperibilità non esitava a intervenire rapidamente quando un guasto fermava i treni: “È un mestiere che ti fa sentire molto responsabile nei confronti della società”.
Nel racconto di Longo emerge una caratteristica che sembra aver accompagnato tutta la sua esperienza: la volontà di fare le cose con cura. Un esempio arriva dall’attività legata agli immobili e agli alloggi di servizio delle Ferrovie: quando doveva mostrare un’abitazione, non si limitava ad aprire la porta. Preparava planimetrie, brochure, informazioni sulla posizione e metteva in evidenza tanto gli aspetti positivi quanto quelli meno favorevoli. Un’attenzione forse piccola, ma significativa. Perché, secondo Longo, “è proprio nelle piccole cose che si vede il modo in cui una persona interpreta il proprio lavoro: non limitarsi a svolgere un compito, ma cercare di renderlo utile a chi ne beneficia”.
Tra i tanti ricordi della sua carriera, ce n’è però uno che occupa un posto speciale. È la storia di alcuni nuclei abitativi prefabbricati delle Ferrovie a Voltri che avevano ormai esaurito la loro funzione e sembravano destinati alla demolizione. Invece, dopo un’intuizone di Longo, hanno trovato una nuova destinazione: sono state recuperate, smontate e trasferite a Prato, dove sono diventate spazi destinati ad accogliere bambini in situazioni di fragilità provenienti da diverse parti del mondo, offrendo loro un luogo dove trascorrere le vacanze estive in Italia. “Abbiamo preso una cosa destinata all demolizione e le abbiamo restituito una nuova vita» racconta Longo. Ancora oggi, ricordando quella vicenda, l’emozione è evidente: «Questa è una delle cose che mi rende orgoglioso di me stesso”. E spiega anche molto bene il senso che Longo attribuisce al lavoro: non soltanto produrre e amministrare, ma lasciare qualcosa di utile agli altri.

Ma una vita professionale non è fatta soltanto di soddisfazioni. Ci sono anche occasioni mancate, decisioni che il tempo non cancella e momenti nei quali il desiderio di fare la propria parte si scontra con circostanze più grandi di noi.
Per Longo, uno dei più grandi rammarichi è legato al 2 agosto 1980, il giorno della strage alla stazione ferroviaria di Bologna. “Quando scoppiò la bomba, io come altri colleghi avevamo chiesto l’autorizzazione per poter intervenire sul luogo dell’eccidio” ricorda.
Non era una richiesta dettata soltanto dall’emozione. Longo e gli altri colleghi erano persone abilitate a intervenire e, soprattutto, appartenevano alla stessa azienda colpita dalla tragedia. L’autorizzazione, però, non arrivò: chi avesse voluto recarsi a Bologna avrebbe dovuto farlo utilizzando le proprie ferie. Per Longo, che allora aveva soltanto pochi giorni di ferie disponibili e non aveva ancora firmato la stabilità in azienda, la scelta diventò ancora più difficile. E alla fine gli fu consigliato di restare. Di quel periodo rimane un rimpianto: quello di non aver potuto essere lì, insieme agli altri colleghi, per dare il proprio contributo in un momento così drammatico. Terminata la carriera lavorativa, il legame con la ferrovia non si è interrotto. Anzi, ha assunto una forma diversa: da due anni Longo è presidente del Dopolavoro Ferroviario di Genova e da allora sono state molte le iniziative portate avanti, tra cui il grande lavoro sul circolo nautico di Vesima.
Tornando alla nomina a Maestro del Lavoro, tra i momenti più emozionanti legati al riconoscimento c’è stata la cerimonia del Primo Maggio a Torino: “Quando hanno suonato l’inno nazionale è stata veramente un’emozione forte, ero commosso”.
Adesso, anche grazie a questo titolo, gli spetta un altro compito molto delicato: affidare un corretto messaggio ai giovani ferrovieri.

Il primo consiglio è guardare “oltre il binario”, leggere il contesto e la realtà nel suo insieme: “Non dobbiamo guardare solo la sede ferroviaria, ma anche e soprattutto chi e cosa abbiamo intorno”. Ad esempio le proprietà confinanti, la vegetazione, i terreni abbandonati possono diventare elementi di rischio per l’infrastruttura ferroviaria. Un albero che cade, uno smottamento, una manutenzione trascurata: situazioni apparentemente esterne al mondo ferroviario possono avere conseguenze dirette sulla sicurezza della linea. “È un approccio che unisce esperienza tecnica e capacità di osservazione, penso sia importante trasmetterlo a chi oggi svolge il nostro lavoro”.
Infine, una riflessione sulle nuove sfide: “Il mondo ferroviario sta cambiando e non mancano le criticità – confida Longo -. Ma sarebbe sbagliato guardare soltanto agli aspetti negativi. Negli ultimi anni della mia carriera ho incontrato ragazzi molto preparati, capaci e motivati. La speranza, dunque, c’è. Ma deve essere accompagnata dalla capacità delle aziende di riconoscere e valorizzare il talento”. C’è poi la responsabilità personale di ognuno: “Avere passione per ciò che si fa, sentirsi parte di qualcosa e non limitarsi ad aspettare la fine dell’orario di lavoro”. Insomma, un modo di vivere la propria professione con responsabilità e senso di appartenenza.
E soprattutto con la soddisfazione di poter guardare indietro e pensare di aver lasciato qualcosa migliore di come lo si era trovato.