DI ELISABETTA SPITALERI
“Anatomia di un rapimento” (1963, regia di Akira Kurosawa)
Akira Kurosawa (23 marzo 1910 – 6 settembre 1998) Il più noto dei registi giapponesi, rivelatosi al mondo con il capolavoro “Rashomon” ispirato a due racconti di Ryunosuke Akutagawa – vincitore del Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia nel 1951 e di cui Michelangelo Antonioni affermò che “ogni immagine di questo film reca l’impronta del genio” – è stato in grado di alternare grandiosi affreschi in costume (I sette samurai su tutti) ad efficaci pellicole moderne.
Definito sbrigativamente il più americano dei film di Kurosawa, “Anatomia di un rapimento” è considerato dai critici ampiamente sottovalutato e andrebbe collocato come spartiacque tra la prima fertile stagione con ventidue pellicole e quella seguente di ben 30 anni ma con solo 8 pellicole. Il pessimismo del film prefigura in qualche modo quello che spingerà Kurosawa a tentare il suicidio in seguito agli insuccessi professionali degli inizi degli anni Settanta.
Il romanzo che ha ispirato questo film è “Due colpi in uno” (King’s Ransom) un poliziesco del 1959 dello scrittore statunitense Ed McBain. Fa parte della celebre serie dell’87º Distretto e la trama ruota attorno al rapimento del figlio di un ricco imprenditore, scambiato per errore con quello del suo autista. Il libro esplora la tensione morale e psicologica della vittima, chiamata a decidere se pagare il riscatto per la vita di un bambino che non è il proprio, tema centrale anche nella trasposizione cinematografica del 1963. Kingo Gondo (Toshiro Mifune), un ricco imprenditore di Yokohama, dopo aver preso in prestito un’ingente somma è in procinto di compiere il passo più importante della propria carriera: acquisire il controllo dell’importante fabbrica di scarpe in cui lavora da sempre, estromettendo il resto del consiglio di amministrazione, a lui apertamente ostile. Ma una chiamata al telefono interrompe i suoi progetti: una voce gli comunica che suo figlio Jun è stato rapito e che, se vuole rivederlo vivo, dovrà pagare un riscatto pari a trenta milioni di yen, cosa che gli renderebbe impossibile la scalata azionaria.
Il rapitore però si è sbagliato ed ha rapito il figlio dell’autista. Gondo sulle prime si rifiuta di pagare ma alla fine cede, perdendo così i mezzi per realizzare il suo piano. A questo punto, pagato il riscatto e recuperato il bambino, si scatena la caccia al rapitore attraverso una indagine serratissima. La prima parte dell’intero film è tutta girata nel salotto di villa Gondo, la stessa villa che svetta in cima la collina, simbolo di successo e ricchezza, perfettamente visibile dai quartieri bassi della città. Il detective Tokura (Tatsuya Nakadai) è a capo del pool che si occupa del caso.
Punto di partenza delle indagini in esterno, poiché non si era potuto intercettare telefonicamente il rapitore, è il mezzo dal quale è stato lanciato il denaro del riscatto, ossia il treno Kodamo Express, sul quale erano saliti anche i poliziotti.
Kurosawa utilizza tecniche di ripresa magistrali per la sequenza del treno, trasformando la consegna del riscatto in un thriller frenetico. Il regista sfrutta un montaggio serrato, inquadrature dal finestrino che alternano campi lunghi a primi piani, e un uso sapiente della profondità di campo per aumentare la suspense. Inquadra l’azione sia dall’interno dello scompartimento (punti di vista di Gondo e della polizia) sia dall’esterno, creando un senso di tensione voyeuristica. La macchina da presa segue il lancio delle valigette col denaro dal treno in corsa, inquadrando il paesaggio che scorre velocemente, alternando dettagli del rapitore e del panorama. Le immagini in bianco e nero accentuano il tono noir del film. A partire da queste immagini rubate sul treno, a poco a poco i poliziotti risaliranno ai complici e tutti i tasselli del puzzle andranno al loro posto. Nel film si alternano scene tese e spettacolari altre tragiche e disperate (il quartiere dei drogati, l’agonia della cavia umana). Ci si pone una domanda sui legami tra vittima e carnefice (l’industriale incontra il rapitore prima che venga giustiziato), il carnefice voleva provare la soddisfazione di vedere qualcuno più fortunato di lui ridotto nella sua stessa miseria, salvo poi crollare appena realizza di aver sprecato tutto via la sua vita in nome dell’odio per qualcuno che nemmeno conosceva. Puro rancore sociale in un periodo storico in cui comunque l’economia del Giappone stava crescendo in modo significativo.