DI PATRIZIA CRINITI

Ho pensato che fosse davvero importante pubblicare questo racconto tratto da una storia vera, in una delegazione vicina a noi, di una donna vicina a noi. Questa storia sarà messa in scena al teatro Govi di Bolzaneto il 29 novembre alle ore 15:30 in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Forse ci piangeremo su ma, soprattutto, siamo qui per non farlo accadere più, a nessuna.

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“Io sono sempre stata una donna con le palle. Di quelle che non abbassano lo sguardo, che fanno un mestiere duro, dove se non hai carattere ti masticano e ti sputano. Sono cresciuta a pane e girl power. Ho sempre pensato che nessuna donna dovesse mai annullarsi per un uomo. Mai avrei pensato che potesse toccare a me. E invece, eccomi qui.

La violenza psicologica ha una strategia spietata, perché inizia con le favole. Inizia con quella fase che gli psicologi chiamano Love Bombing: un bombardamento d’amore. Lui entra nella tua vita e ti inonda di attenzioni e ti promette che sarà per sempre. Vi scambiate messaggi pieni di emoji, disegnate una vita perfetta sui telefoni. E, soprattutto, lui ti fa parlare. Tu ti confidi, gli apri il cuore, e pensi: “Finalmente ho trovato un uomo sensibile, uno che mi capisce davvero”. Ma quella è l’esca. Sta solo studiando la mappa dei tuoi punti deboli, carpendo le tue debolezze per capire dove colpirti domani. E io in quella favola ci ho creduto. Lui ha figli, io ho la mia. Ho faticato, ho lottato per unirli, per non fare mai figli e figliastri, per farli diventare fratelli di pelle e di cuore. C’era un progetto profondo, nato insieme, voluto da entrambi. Avevamo persino deciso nei dettagli come sposarci, con i nostri figli che ci avrebbero accompagnato. Era il nostro sogno.

E sapete qual è stata la vera, enorme trappola? Che se lui, di sua spontanea volontà, mi avesse chiesto di rinunciare a qualcosa, se mi avesse chiesto di annullarmi per lui, io, con il mio carattere, lo avrei mandato a quel paese in un secondo! La mia sfortuna è stata che lui  era malato. Gravemente malato. E quando l’uomo che ami rischia di morire, tu non pensi che sia lui a chiederti sacrifici. Pensi che sia la vita. Pensi che sia il destino che ti sta mettendo davanti a una sfida titanica. La sua malattia è stata il gancio che mi ha tenuta legata fino all’ultimo secondo, l’alibi perfetto che ha disarmato tutte le mie difese. E allora ti rimbocchi le maniche e diventi la sua scorta di ossigeno. Passi le notti col respiro sospeso aspettando e fai le corse furiose in ospedale nel buio. Arrivi a lavorare in un metro quadro dentro la corsia pur di essere sempre la sua ancora. Così, un anno dopo aver scampato il peggio, per celebrare quella vita che avevamo difeso insieme, gli faccio la proposta di matrimonio. Un gesto d’amore puro, una sorpresa all’interno di un cammino già deciso da entrambi. Ma mentre tu ti consumi per salvarlo, il meccanismo malato è già in moto. Becchi una chat compromettente sul suo telefono. Ti arrabbi, ma lui piange, si dispera, e tu lo perdoni. Però da quel momento scatta la manipolazione psicologica, chiamata gaslighting e, con lei, inizia la parte più viscida del copione: la campagna di diffamazione. Mentre io ero confusa, schiacciata, lui parlava con gli altri alle mie spalle. Piano piano, goccia dopo goccia, raccontava ad amici e conoscenti che ero io a imporre ogni scelta, che decidevo tutto io, che lo schiacciavo. Ha preso la mia proposta e l’ha dipinta come l’ennesima imposizione di una donna autoritaria. Ha manipolato la realtà per mesi prima di distruggerla, preparandosi il terreno.

Poi il pericolo passa. Lui si rimette in piedi e inizia l’ultimo periodo: un’altalena infernale. Da una parte facevamo sesso, facevamo l’amore continuamente, cene fuori, coccole con la stessa frequenza dell’inizio… ma un secondo dopo, improvvisamente, tirava il freno a mano e si chiudeva nel gelo dei silenzi punitivi. Mi ha portata allo stremo. Ero così esasperata da quella continua provocazione che ogni volta che litigavamo arrivavo a dirgli le cose più brutte e cattive che potessi concepire. Lo facevo volutamente, accecata dalla rabbia. E cadi nella trappola: cominci a guardarti allo specchio e a pensare che la persona sbagliata e cattiva sei tu.

E sapete cosa fa un manipolatore un attimo prima di distruggerti? Studia dove metti le radici per rinascere. Cerca le fonti di energia pulita e decide di infettarle. Mette una bandierina di possesso su tutto ciò che è tuo e ti fa stare bene, su tutto quello che sa che ti farebbe risorgere troppo velocemente. Nel mio caso? A Natale mi regala la maglietta del mio gruppo preferito e mi porta a vedere uno spettacolo del mio artista preferito.

Voleva colonizzare il mio futuro e infettare il mio passato. È arrivato a mettere le mani persino sulle mie radici. Avevamo deciso di vedere insieme la terra d’origine della mia famiglia, quel luogo sacro dove non mettevo piede da anni. Ha piantato la sua bandierina persino sul mio sangue, sui miei ricordi più intimi e dolorosi, per fare in modo che anche la terra dei miei antenati profumasse di lui. Voleva lasciarmi orfana persino della mia storia. E poi la danza. La danza che è sempre stata la mia terapia, il mio tempio, la mia fonte di vita. È venuto a tutte le mie prove per la gara, si è seduto lì, ha occupato quello spazio. Voleva colonizzare il mio futuro. Voleva che ogni volta che avrei sentito quella musica, ogni volta che entravo in quella sala, io guardassi la porta aspettando di vederlo entrare. Voleva lasciarmi orfana persino della mia passione. Ed è a questo punto che scatta lo Scarto. E lo fa con una crudeltà geometrica. Se ne va e ti lascia con una telefonata vigliacca. E sceglie un giorno preciso: il giorno della festa di mia figlia, piazzando una mina nel giorno più importante della mia bambina, per lasciare una traccia fissa, una cicatrice indelebile. Così ogni anno, festeggiando lei, io sarei stata costretta a ricordare il suo addio.

Ma la sua disumanità non si è fermata lì. Se n’è andato senza salutare la bambina che diceva di amare. Ha preso i suoi figli, i ragazzini che ho amato come se fossero miei, e li ha portati via impedendomi di salutarli. Ha spezzato anche il loro cuore, cancellando mesi di amore e di famiglia come se fossimo stati solo comparse nel teatro del suo ego.

E quando succede, tu rimani in una casa vuota a darti della cattiva e a pensare che sia colpa tua perché il giorno prima gli hai urlato di andarsene. E gli altri? Gli altri non si stupiscono, perché lui per mesi li ha istruiti a pensare che  fossi io quella sbagliata, la pazza che gli urlava contro. Ha ripulito la sua coscienza sporca usando le mie reazioni alla sua violenza psicologica.

Loro hanno bisogno di te solo finché sanguinano. Appena si rimettono in piedi ti scartano, perché la tua forza, la tua luce e tutto quello che hai fatto sono un monumento troppo grande che ricorda ogni giorno la loro miseria e la loro codardia.

E poi l’ultima fase: il ritorno e il lasciare la porta aperta. Ti scrive in maniera tranquilla, come se niente fosse: “Ciao! Spero di non disturbarti, ci sono delle notizie di cui mi faceva piacere parlarti di persona”.

Lo incontro, non so cosa si aspettasse… Forse voleva vedere una donna distrutta, voleva capire quanto controllo aveva su di me, forse sperava di vedermi piangere, dimostrando che di me e del mio carattere in realtà non aveva capito nulla. Ho mantenuto il controllo: ho ribattuto punto a punto, gli ho detto tutto quello che aveva sbagliato e lui ha continuato a darmi ragione. Alla fine, gli occhi che si sono gonfiati di lacrime erano i suoi perché l’unica cosa che batte il manipolatore, il narcisista, l’immaturo emotivo è l’indifferenza totale della sua vittima: non ho pianto, non ho urlato, non mi sono fatta prendere dalla rabbia. Sono stata chirurgica nelle mie reazioni. Allora mi ha chiesto di abbracciarmi, ho accettato, per dimostrargli che, nemmeno tra le sue braccia che sono state per tanto tempo oasi, amore e sicurezza, mi è scesa una lacrima. Perché una porta aperta la lasciano sempre… Ci sperano, ma non questa volta.

Ve lo dico io, che ho le palle e faccio un mestiere duro: non sentitevi mai stupide se ci siete cadute. Non hanno colpito la vostra debolezza, hanno parassitato la vostra forza. Ci portano a tirare fuori il nostro peggio per nascondere il loro schifo.

Sì, è vero. Negli ultimi mesi, ogni volta che entravo in sala, guardavo quella porta. Ogni volta che ballavo, a lui ci pensavo. Ci hai provato, caro mio. Hai provato a rubarmi la musica, il cinema, i ricordi. Hai provato a inquinare la danza, l’unica cosa che mi ha sempre salvata. Hai provato a rovinare il compleanno della mia bambina. Hai provato a rubarmi persino la terra delle mie radici. Ma la spina oggi l’ho staccata io. Ho preso le forbici e ho fatto a pezzi i ricordi di una favola che non è mai esistita. Ho spaccato l’altare che ti avevo costruito. E il 29 novembre sarò sul palco. Quella porta l’ho sbarrata. La danza è solo mia, questa musica è mia, la mia bambina è mia, e la mia luce è tornata a splendere. Tu rimani nel tuo vuoto cronico, a cercare la prossima scorta di energia, la prossima vittima e a raccontare le tue bugie. Io sono tornata a ballare”.

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Domenica 29 novembre ore 15.30, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, Patrizia Criniti, regista teatrale e collaboratrice del Dopolavoro Ferroviario di Genova, presenta, con un cast d’eccezione, lo spettacolo danza teatrale musicale “Ti amo, ma da morire…NO!”

Il cast:

Francesca Ponte: dottoressa – Monica Allegri | Paola: padrona di casa perfetta – Roberta Cutillo | Massimo: assistente cameraman – Roberto Dal Ben attore | Teresa: madre spettatrice – Milena Lanzetta | Giulia: ballerina – Francesca Lasalandra | Anna: assistente di scena – Alessia Magri |  Carla: caregiver- Federica Menini | Bianca bambina – Chiara Monachello | Nancy: la maschera – Lucia Stagnaro | Veronica: l’illusa – Santina Spanò | Paolo: presentatore – Francesco Uccheddu | Andrea: sola – Giamila Zaghloul

Cantano: Nice, Stephanie Riondino, Giuseppe Gianni, Franco Gianni | Danzano: Spaziodanza diretti da Carolina Sbrillo, Francesca Lasalandra e Cherry Blossom | Tecnici: Giuseppe Gianni e Luca di Lisio 

Scenografie: Annamaria Percivalle

Sceneggiatura e regia: Patrizia Criniti