DI VITTORINA COSSO
“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”, così cita la nostra Costituzione ma, aggiungerei, è anche fondata sul volontariato. Se nel nostro bel Paese, infatti, dovesse improvvisamente dichiarare sciopero il Signor Volontario, credo proprio che metà di questo paese si fermerebbe. Il volontariato, in Italia, è forza sociale operante a tutti i livelli. È conosciuto ovunque: quello presso gli ammalati, i portatori di handicap, gli anziani, gli indigenti in generale, comprese le pubbliche assistenze. Esistono, poi, tutte le forme di volontariato operante a livello sociopolitico, culturale e sportivo. Dalla pubblica assistenza, all’Avo, dalle SOMS ai CRAL, dall’attività parrocchiale a quella politica, il minor dispendio economico che ne deriva allo stato per queste forze, realmente impiegate e non retribuite, spesso è veramente quantificabile.
Tuttavia, è anche sempre positivo tutto questo? Spinti dal gusto impulso “ama il prossimo tuo come te stesso”, come disse Qualcuno molti anni fa o da quello più laico del Dr. Schweitzer “sono un uomo e tutto ciò che riguarda i miei simili mi interessa”, siamo portati a dire che è bene. Con gli anni e l’esperienza acquisita in questo campo, mi ritrovo oggi a pensare che tutto ciò non sempre è positivo. Il volontariato non può essere regolamentato, non può “andare a concorso” altrimenti perderebbe la sua ragion d’essere.
Quanti di noi, però, hanno riscontrato, nel corso delle loro esperienze in questo delicato campo, un volontariato a volte dannoso? Il mondo corre troppo in fretta, l’egoismo dilaga, il tempo per gli altri è sempre meno, tutti abbiamo fretta, ognuno è un’isola. La persona disponibile verso il prossimo, oggi più di ieri, è sempre più difficile a trovarsi ed è così che spesso opera in questo settore la persona meno adatta, non sempre prearata adeguatamente, o semplicemente colui che spera di poterne trarre qualche vantaggio personale. Da qui il danno, il caos, l’abbandono, magari dopo una partenza entusiastica. Il volontariato è cosa troppo seria perché possa essere affidato solamente alla buona volontà, quindi una regolamentazione sarebbe necessaria.
Un mio carissimo amico, dopo aver dedicato quasi quotidianamente due ore del proprio tempo libero presso un ospizio, giunto a casa non rispondeva al suono del telefono perché temeva fosse la vecchietta che spesso disturbava la sua tranquillità. D’altronde, cosa rimproverargli? Aveva terminato il servizio. Ciò mi offre alcuni spunti di riflessione, perché sono sempre più convinta che la miglior forma di volontariato sia la disponibilità verso il prossimo, e questo è un servizio che non termina mai. Il volontariato non è elemosina, non è assistenzialismo: è la parola al momento giusto, è interesse per gli altri, è quotidianità, è adoperarsi perché l’altro cammini con le proprie gambe. Alla luce dell’esperienza acquisita, ho potuto accorgermi che tutto ciò è spesso un’informazione genetica, è il “ci nacqui”.
Puoi farti violenza per due ore presso un anziano o presso un portatore di handicap ma non puoi rapportarti in un determinato modo con gli altri per tutta la vita se questo non è tuo patrimonio, se non lo hai fatto tuo, se non lo hai “dentro”. La vita ti mette a dura prova, il dolore ti forma e ti porta, meglio di ogni altra cosa, a conoscere le persone che ti stanno attorno, a fare scelte che, in altre occasioni, non avresti potuto neppure attuare. Per questo vizio di vivere, ringrazio Te, Volontario del mio sorriso, per ogni volta che ti adoperi a cancellare la nube che così spesso torni a vedere sulla mia faccia.