di Simone Farello

Se Mark Twain è l’equivalente letterario dei Beatles (qualunque cosa sia stata scritta dopo, lui l’aveva già scritta prima), Edgar Allan Poe è l’equivalente dei Sex Pistols. Il punk reagì con una violenza cacofonica e distruttiva al barocco del progressive rock: basta con le Opere Rock da ore ed ore, i rifacimenti della musica classica a botte di elettricità e masterizzatori e con i Dark Side of the Moon: tutte cose talmente perfette da avere bisogno dell’lsd per non soccombere alla noia e a un senso profondo di nausea. E in maniera analoga, Edgar Allan Poe prese la letteratura e la tirò fuori dalle secche del romanzo borghese, dai cumuli di pagine in cui saghe familiari provavano a rendere l’idea di una realtà che, in fondo, era solo un baule di incubi agghiaccianti. Solo le migliori (e più misconosciute) opere di Stevenson riuscirono a pareggiarne con qualche decennio di ritardo l’impareggiabile maestria nel rendere quell’aspetto sempre troppo nascosto dell’umano: il grottesco.

Poe spaventava perché era spaventato

Molti racconti di Poe hanno per protagonisti i sepolti vivi, gli spiriti incastonati nelle fondamenta delle mura domestiche: in fondo una grande metafora della scrittura stessa di Poe, che si aggirava di notte, furtivo, tra le lacere pagine della letteratura realista per dissotterarne cadaveri che avevano ancora moltissimo da dire. Mentre l’entusiasmo del positivismo lasciava al gotico (una versione solo un poco più brillante del romanzo storico) e all’occultismo (che è lo specchio in cui la protervia dello scienziato ama riflettersi per poi irridere la propria paura, tra un traballar di seggiole e il profluviar di simbologie demoniache ad uso del proprio faustismo burocratico); Poe si diede a quello che noi chiamiamo orrore e che lui avrebbe chiamato inquietudine o, meglio, irriducibilità dell’umano. Qualcuno provò a farlo passare per un romantico e venne deriso dallo stesso autore ancora in corpore vitae: la sua letteratura non era lì per scaldar l’animo dei salotti o per scalmanare qualche giovanile virgulto. Era lì per scaraventare l’immaginario del lettore in qualche oscuro sgabuzzino e trattenercelo il più possibile. L’orrore di Poe, lungi dall’essere metafisico (anche se critici distratti e a corto di idee gli hanno attribuito velleità di tal fatta), è brutalmente corporeo: spesso accostato a Baudelaire per un certo fascinoso maledettismo (e perché Baudelaire lo tradusse in francese), Edgar Allan era un uomo perso di fronte alla brutalità di quel Paese che stava muovendo i primi passi verso il dominio del mondo. Mentre la nobile Albione – con i suoi castelli infestati a cui presto si sarebbero sostituite le elucubrazioni degli investigatori da salotto di Conan Doyle e Agatha Christie – poteva permettersi il lusso di fare dell’ironia anche sui propri timori, Poe era terrorizzante perché terrorizzato. Poe è un maestro non perché scrive “storie di paura” ma perché ha paura. E se si rileggeva, non trovava alcun conforto ma solo la conferma della propria convinzione che il mondo celi qualcosa di vivente e non proprio ben disposto verso di noi.

Far paura con le parole

A differenza di Lovecraft non ricorse a strane creature: gli bastavano quelle a disposizione. Uomini, gatti, corvi. Soprattutto uomini. Se qualcuno con meno di 40 anni ha ancora avuto voglia (e possibilità) di vedere Vincent Price ne ‘Il pozzo e il pendolo’ (non a caso sceneggiato da uno dei pochi eredi di Poe, quel Richard Matheson che non ha ancora trovato qualcuno in grado di rendere onore sullo schermo all’effetto letterario di ‘Io sono leggenda’)  potrà comprendere che la letteratura di Poe era corpo, carne in cui la paura si conficca con le sue lame più affilate.

Il fatto che alcune delle sue novelle siano diventate archetipali – ‘La lettera rubata’ (un meccanismo ad orologeria semplicemente perfetto) o ‘Il gatto nero’ – non ha però impedito di relegarlo nella letteratura di genere e di farne “carne da sceneggiatura” per il cinematografo, così ben disposto verso il lugubre, soprattutto sino a quando fu relegato al bianco e nero. Ma esattamente come è difficile far ridere per iscritto, far paura con le sole parole è molto complicato, e Poe ci riusciva alla grande. Possono stupirci con effetti speciali, musiche direttamente composte agli inferi, ma se volete davvero turbare il vostro sonno meglio ‘La morte rossa’ ‘Il barilotto di Amontillado’. Soltanto il sopracitato Matheson e Pete Dexter ne il finale di ‘Train’ di sono riusciti a rendere la suspense in modo così tangibile, da aderire ai tuoi sensi come un vestito.

Rimanere nel mondo che abbiamo, o indagare altri mondi possibili?

Molto dell’horror e della fantascienza dopo Poe spalancarono la porta su altri mondi possibili; lui tagliava la tela dell’unico mondo che abbiamo e lasciava che sgorgasse qualcosa dall’altra parte, da quello che non vediamo. Così in quello che per alcuni è il suo punto più alto – ‘La rovina della Casa degli Usher’ – o nei dimenticatissimi  ‘Rivelazione Mesmerica’ La verità sul caso di Mr. Valdemar’ (noti solo agli aficionados e agli appassionati di Dylan Dog) o il clamorosamente anticipatore ‘Il sistema del Dr. Catrame e del Prof. Piuma’ (anche se non pare che se ne siano accorti in troppi oltre ad un regista dell’age d’or della celluloide).

Poe era anche un giornalista, soprattutto di giornali che fallivano, e forse questo spiega il suo sguardo non alienato ma in grado di trafiggere qualunque velo. Come molti maledetti ha la sua mitologia, le sue sette e le sue troppe vulgate ed è più citato che letto. Non del tutto strano: in molti la notte preferiscono i sogni agli incubi, ma i sogni muoiono all’alba e spesso sono scritti male.

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Simone Farello, già assessore e consigliere comunale di Genova, scrittore e blogger (“Simone Farello simply a reader”) scrive per “Superba” una serie di recensioni incentrate proprio sul mondo dei treni.