DI LUANA ROSSINI, VICEPRESIDENTE DLF GENOVA
Stiamo lavorando, in questi giorni, per terminare e poi inaugurare la biblioteca del DLF nella sua veste rinnovata. Approfitto del nuovo libro acquistato e a disposizione dei soci, “Tsundoku”, per parlarvi di cosa sia l’Antibiblioteca, che solo in apparenza può sembrare il contrario di quella che stiamo allestendo.
Vi accompagno, quindi, in un viaggio tra libri e vita. Vi siete mai accorti di avere in casa tanti libri non ancora letti? Qualcuno li chiama spreco, qualcun altro disordine. Ma c’è chi ci ha visto molto di più: Umberto Eco, Nassim Taleb e la cultura giapponese, ci raccontano che proprio i libri non letti hanno un valore straordinario. Il primo a ricordarci il valore del non sapere è stato Socrate. Il suo famoso “so di non sapere” è un’intuizione rivoluzionaria perché riconoscere la propria ignoranza non è una debolezza è, invece, il punto di partenza per la vera ricerca. Secoli dopo, Immanuel Kant usò un’immagine bellissima che troviamo nella sua Critica della ragion pura: il sapere come un’isola circondata da un mare immenso di non-sapere. Più l’isola si allarga, più aumenta la costa che confina con l’ignoto.
E, ancora, il fisico John Wheeler ha usato la stessa immagine di Kant e lo ha detto con altre parole: ogni volta che la conoscenza cresce, cresce anche la riva della nostra ignoranza, un vero paradosso. Insomma, più impariamo, più ci rendiamo conto di quanto resta ancora da imparare.
Come nasce il termine di Antibiblioteca? Umberto Eco possedeva oltre 30.000 libri. Un giornalista una volta gli chiese quanti ne avesse letti ed Eco rispose che non era importante: i libri letti sono un archivio di ciò che sappiamo già. I libri non letti, invece, sono la vera ricchezza, perché rappresentano tutto ciò che non sappiamo ancora.
Lo scrittore Taleb riprende il concetto nel libro “Il cigno nero” e cita esplicitamente la biblioteca personale di Eco come esempio. La chiama proprio antibiblioteca e la rende famosa come metafora della conoscenza. L’antibiblioteca ci ricorda che la nostra conoscenza è sempre limitata e che ogni libro non letto è un invito a riconoscere i nostri limiti, a restare aperti e curiosi.
E arriviamo al nostro Tsundoku, che significa “accumulare libri senza leggerli”, comprarli anche solo per il solo piacere di averli a casa. In Occidente spesso lo viviamo con senso di colpa: libri impilati sul comodino e ovunque, mai toccati. In Giappone il termine ha un’accezione positiva: non è solo abitudine, ma amore per le possibilità di lettura. Dice anche che i libri che abbiamo e, soprattutto, quelli che dobbiamo ancora leggere perché sono in bella mostra, ci dicono tantissimo di chi siamo, dei nostri interessi. E poi, cari soci amanti della lettura, è bello pensare che, come nella vita, la vera ricchezza non è ciò che abbiamo già fatto, ma tutto ciò che possiamo ancora realizzare.