Un treno carico di… libri: “John Henry Festival” di Colson Whitehead

2018-02-10T12:52:42+00:0010 febbraio 2018|

di Simone Farello

Colson Whitehead è uno scrittore statunitense afroamericano che sta conoscendo un momento di grande popolarità. Il suo ultimo romanzo ‘La ferrovia sotteranea’ infatti si è aggiudicato nello stesso anno il Premio Pulitzer e il National Book Award, i due più importanti premi letterari americani.

L’ultimo a riuscire nell’impresa era stato, nel 1981, John Updike, con ‘Sei ricco, Coniglio’ e le malelingue, una categoria molto frequente negli ambienti intellettuali, hanno avuto buon gioco a spacciare il sospetto che un libro sullo schiavismo, adorato da Barak Obama, sia stato gentilmente spinto dai consessi intellettuali liberal, ansiosi di fare dispetti di presidenti reazionari e sgraditi. Quindi a Donald Trump, che addirittura si vanta di appartenere alla categoria e probabilmente legge solo le pagine sportive, il meteo e i dossier dell’FBI su di lui. Quello a Whitehead sarebbe quindi un riconoscimento più politico che letterario.

Una girandola di personaggi intorno alla figura di John Henry

Il sospetto, sia chiaro, è legittimo; se non fosse che l’autore, alla finale del National Book Award, c’era già arrivato con ‘John Henry Festival’. Perdendo, del tutto immeritamente. L’unica cosa stonata nel trionfo de ‘La ferrovia sotteranea’, che è davvero un ottimo libro, è che ‘John Henry Festival’ è molto meglio, ed è veramente una buona notizia che l’editore Sur lo riproponga in libreria in una nuova edizione.

‘John Henry Festival’ racconta le storie di diversi personaggi che, nel 1996, convergono nel primo Festival dedicato – da un Comune aspirante ai flussi turistici – a una figura mitica dell’immaginario folklorico americano: lo scavatore di gallerie nero John Henry, che nell’800 batte in una gara di velocità la trivella meccanica, pronta a sostituire una manodopera molto mal pagata ma comunque – per i Baroni Rapinatori delle Ferrovie – troppo costosa e troppo propensa a infortunarsi e morire nei ventri delle montagne.

Come tutti i miti John Henry può essere esistito o meno. Ma ciò che conta è che la sua leggenda si trasmette di generazione in generazione: con i racconti, le canzoni intorno al fuoco, gli oggetti di pessimo gusto per collezionisti di reliquie laiche e infine con la cultura POP, che tutto divora e trasforma in valore, in evento; in occasione per lucrare sull’immaginario delle persone.

Whitehead nel suo romanzo fa baluginare i sogni di molti e poi li spazza via, con la luce dell’alba di una scrittura che ama i suoi personaggi ma non vuole ingannarli.

Un eroe che non distrugge la macchina, ma la sconfigge

L’ordito è raffinato, ma potente: il filo conduttore è la leggenda di un eroe molto americano, che non distrugge la macchina, come un luddista, ma la sconfigge, dimostrando in una gara di essere più forte. Un Prometeo che anziché gli dei sfida la tecnologia, anch’essa nemica dell’umanità. Una storia che pulsa, riverbera e dà ritmo ai tentativi dei tanti protagonisti di preservare il loro immaginario dall’industria dell’intrattenimento. Che sia lo spettacolo, il giornalismo glamour o la frontiera della digitalizzazione di qualsiasi cosa, della fine di ogni magia che si può mettere in un francobollo, in un vinile o, soprattutto, nella redazione di un giornale dove un ragazzo vorrebbe imparare a raccontare la realtà ma poi finisce a fare lo scroccone alle cene VIP, in cambio della buona recensione di una persona o un posto, su questo o quel blog. Le macchine un tempo sostituirono i muscoli dell’uomo, oggi gli algoritmi sostituiscono i loro segni, il loro linguaggio.

A dispetto del titolo, poi, ‘John Henry Festival’ è un romanzo molto più ferroviario della ‘Ferrovia sotteranea’, In quest’ultimo il treno è un allegoria, nel primo è l’epopea stessa e, soprattutto, un oggetto del desiderio che con Henry si è riconciliato nell’osservare la dissolvenza del mondo di cui facevano parte.

Un romanzo abbandonato su un binario dimenticato e che ora ritorna. Accoglietelo nella vostra stazione libraria: è un’opera che resterà, perché parla di come sognavamo un tempo e forse non sogneremo mai più.

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Simone Farello, già assessore e consigliere comunale di Genova, scrittore e blogger (“Simone Farello simply a reader”) scrive per “Superba” una serie di recensioni incentrate proprio sul mondo dei treni.