Un libro per Natale: leggere è cosa “culturale”, ma è anche un bellissimo gioco

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di Simone Farello

Un lettore ha imparato a scegliere i libri in anni di tentativi e sbagli colossali, che sono costati anche a lui acquisti che giacciono nelle sua libreria come ferite ancora sanguinati.

Se ormai sbaglia raramente è solo perché sostenuto da istinto ed esperienza e da una serie di trucchi e competenze che voi non potete nemmeno immaginare ed alla fine amano semplicemente affidarsi a ‘L’ignoto ignoto’ che descrive Mark Forsyth. Il lettore vuole assistere a un’epifania da scaffale, vuole credere non di scegliere un libro ma di essere stato scelto; come una persona romantica spera sempre di incontrare la persona della sua vita nello scompartimento di un vagone ferroviario.

Il lettore odia le piattaforme di acquisti on line perché decidono loro che libri puoi scegliere, sono senza sorpresa, senza miracolo, senza meraviglia. Il lettore vuole ciò che non sapeva di volere.

Diffidare di chi vuole “insegnare a leggere”

I lettori diffidano di chi vuole “insegnare a leggere”, anche quando fanno finta di essere dei libertari come il Daniel Pennac di ‘Come un romanzo’. Oggi molti insegnanti e alcuni genitori, forgiati nell’era del culto della lettura, provano a ideare stratagemmi per sedurre o costringere alla lettura i ragazzi. Ma non è stato sempre così. Chi ama i romanzi del settecento e dell’ottocento sa che c’è stata un’epoca in cui leggere era un atto clandestino e sovversivo, osteggiato dai padri delle classi popolari che vedevano nella lettura un insulto alla fatica di chi sgobbava nei campi o in fabbrica per portare a casa la pagnotta e spregiato dai padri borghesi che vedevano nella letteratura un’insopportabile propensione all’ozio dei loro figli, che avrebbero voluto dediti ad attività più redditizie. Per generazioni di ragazze e ragazzi il tempo passato a leggere è stato considerato esattamente come il tempo passato davanti alla televisione trent’anni fa; davanti ai videogiochi vent’anni fa; davanti ad internet adesso.

Marshall McLuhan

Marshall McLuhan, uno che diventò famoso inventando la sociologia dei media e dicendo cose assai poco lusinghiere sulla televisione, intitolò il suo libro più importante “Galassia Gutenberg”: per lui l’evento responsabile della corruzione e della decadenza delle menti occidentali era la scrittura a stampa. Ce l’aveva coi libri, che identificava come i primi mass media. Oggi chi ricorda McLuhan lo fa perché ha inventato la definizione “villaggio globale” e come un intellettuale critico della modernità e quindi lo associa ad una certa sinistra fricchettona di fine anni ’60. McLuhan era un conservatore, un paranoico e un’aspirante al ruolo di guru, tutte cose che anche oggi sarebbero molto apprezzate, come ben racconta Douglass Coupland in ‘Marshall McLuhan di Douglass Coupland’ (che per la gioia ultraterrena di McLuhan è introvabile nelle librerie, dal momento che ad essere spirata è la casa editrice che lo pubblicò…).

Ma McLuhan andrebbe riscoperto, se non altro perché rappresenta uno dei massimi esponenti del modo in cui i cosiddetti intellettuali si sono difesi dalla diffusione della cultura tra le masse. Presidiando la loro solitaria fortezza.

Gli studiosi “seri” di letteratura

La grande maggior parte degli studiosi seri di letteratura vogliono che noi leggiamo solo quello che vogliono loro. Ma in genere quello che piace a loro è illeggibile. Se ne deduce o che sono matti o che hanno cattive intenzioni. È vera la seconda ipotesi e la loro cattiva intenzione è quella di evitare che la gente legga, attraverso un perverso incantesimo che li porta a separare il concetto di lettura da quello di divertimento. Con le loro librerie in mogano, davanti alle quali amano farsi riprendere nelle interviste che ancora gli concedono le trasmissioni televisive, e il loro sguardo sprezzante verso il mondo, sono in realtà persone che hanno una pessima opinione del genere umano e un’altissima considerazione di sé stessi, il più delle volte drammaticamente ingiustificata.

Certo, vi dicono che leggere è importante, ma il loro vero scopo è convincervi che leggere è una cosa così difficile che solo pochi eletti sono in grado di sopportarla senza soccombere. Quando leggono quei romanzi del settecento e dell’ottocento di cui parlavamo poco fa, loro si identificano nei padri che punivano i figli che leggevano di nascosto. E sorridono, come gli infami che sono. Ma sono anche persone che nascondono una profonda solitudine. Chi fa di una passione un’occupazione o una materia di studio non si accontenta mai del semplice piacere, ma sente il bisogno di impadronirsi completamente dell’oggetto di quello che, alla fine, è un desiderio. Può accedere a gradi impensabili di splendore. Ma è uno splendore terribile. Chi fa della propria passione una dimensione esistenziale prevalente finisce per odiare quello a cui dedica tutto se stesso e talvolta l’unico modo che ha per sopravvivere a questo conflitto davvero lacerante tra amore ed odio è allontanarsi dagli altri.

La gente quando legge vuole ancora divertirsi

Ma i vostri amici lettori, quelli a cui volete regalare un libro, nella maggior parte dei casi, non sono così. Loro quando leggono vogliono ancora divertirsi: una volta capito questo, indovinare il regalo diventa allo stesso tempo molto più semplice.

Il mio migliore amico, ad esempio, ha adottato questa strategia, che ho scoperto comune a molti lettori accaniti: dopo uno o due libri “difficili” si dedica a un romanzo di genere o di qualche scrittore “pop”, alternando la soddisfazione che dà la conoscenza a quella che dà il puro abbandono a qualcosa di divertente. Perché leggere è una cosa “culturale”, forse addirittura “intellettuale”, ma è anche un bellissimo gioco. Del resto è questo quello che ognuno di noi vuole trovare sotto l’albero di Natale. Anche quando è adulto. Soprattutto quando è adulto. Altrimenti cosa ce ne facciamo, del Natale, se non possiamo tornare bambini.

Il vero problema è che moltissimi scrittori, soprattutto in Italia, hanno introiettato questo pregiudizio antidivertimento che diventa alla fine un pregiudizio verso la letteratura stessa. In parte questo è frutto di un circolo vizioso: se gli esperti parleranno bene solo di un libro
complesso, gli scrittori si sentiranno costretti a scrivere libri difficili, più pensati per gli esperti che per i lettori. L’unica alternativa concessa agli scrittori per diventare “maestri” senza passare dall’arditismo stilistico è quello di diventare socialmente impegnati. Gli scrittori socialmente impegnati antepongono il messaggio alla letteratura e perdono qualunque interesse per le storie dedicandosi interamente a qualche forma di testimonianza o crociata. Di fatto sopperiscono alla debolezza della loro scrittura la forza, spesso gonfiata dai media, della loro personalità. Questi autori appaiono spesso in televisione, scrivono molto sulle testate on line dei quotidiani nazionali e ispirano fiction si successo. Hanno una vita degna di nota e, talora, seriamente degna di ammirazione; ma non hanno molto da dire in quanto narratori.

Le buone storie hanno una morale?

Nonostante tutti gli sforzi che fanno per convincervi del contrario le buone storie non hanno una morale. Le favole, hanno una morale. Le parabole, anche. Le storie hanno il loro valore nell’essere avvincenti, nello stimolare la fantasia di chi legge donando la meraviglia di possibilità diverse da quelle del nostro tran tran giornaliero. Gli scrittori impegnati possono ridursi a fare cose veramente orribili, come sorvolare Fiume per gettare dal cielo volantini di guerra (sì: D’Annunzio era uno scrittore socialmente impegnato, perché non conta la causa a cui ci si vota ma l’esibizionismo scalmanato a cui ci si dedica), o alla lunga diventano tremendamente noiosi, come tutti i moralisti, in particolare quando la loro ansia di voler “dire qualcosa” tracima nei loro libri e soprattutto quando la loro morale diventa una merce con cui fanno un sacco di soldi. In questo meglio l’avanguardia: povera, ma onesta. Anche perché gli scrittori di avanguardia ogni tanto si riposano e magari scrivono qualcosa di semplicemente struggente come ‘Un rude inverno’ di Raymond Queneau, uno di quei romanzi che uno vorrebbe proprio avere la sera del 25, sul comodino.

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Simone Farello, già assessore e consigliere comunale di Genova, scrittore e blogger (“Simone Farello simply a reader”) scrive per “Superba” una serie di recensioni incentrate proprio sul mondo dei treni.